Fiocchetti colorati su Rosa Balistreri: riflessioni intorno a L’amore che ho, un film di Paolo Licata

di Livio Marchese

Articolo tratto da SCORCI rivista siciliana di varia umanità -  anno V numero 9, giugno 2025 per contatti [email protected]

 

 Ringraziamo l'autore e la redazione di "Scorci" per l'autorizzazione alla pubblicazione

 

 

Certe canzoni vengono strappate dal loro contesto,

vengono suonate, vengono rese commerciali, belline,

ma perdono tutto il loro valore vero.

Caterina Bueno

 

Rosa Balistreri, la “cantatrice del Sud”, si è spenta nel 1990, dimenticata da tutti, dopo aver tentato invano una riconciliazione con quella Licata che aveva continuato a osteggiarla anche all’epoca dei maggiori successi.

Soltanto intorno alla metà degli anni duemila, soprattutto in seguito al concerto-tributo organizzato nell’ambito di EtnaFest 2008, in concomitanza con l’affermazione di politiche regionali legate al tema dell’“identità siciliana”, il suo nome è tornato improvvisamente a ispirare una serie di vecchie e nuove interpreti del canto popolare che si sono cimentate con il suo repertorio, fregiandosi del titolo, spesso autoattribuito, di “eredi”. Da allora il nome della Balistreri è stato super-inflazionato e non si contano più gli omaggi, le manifestazioni, i recital, le pubblicazioni, gli spettacoli teatrali, le istituzioni culturali e i documentari a lei dedicati. Ultimo arrivato, il biopic L’amore che ho.

A questo punto urge una riflessione. È vero che questi progetti hanno contribuito a tener viva e a diffondere la memoria della Balistreri, facendola scoprire a generazioni che anagraficamente non possono ricordare gli anni in cui compariva in tv, si esibiva nei più prestigiosi teatri nazionali, condivideva il palco con Amália Rodrigues, Odetta, Vinícius de Moraes e faceva tournée in tutto il mondo. Eppure il confine tra divulgazione e consumo, nel senso di sfruttamento commerciale a fini puramente autoreferenziali, è molto sfumato e la sensazione è che, nell’era del narcisismo, dell’esibizionismo e della riscoperta radical-chic del fascino per l’arcaico, operazioni come L’amore che ho giovino più all’immagine spettacolare dei promotori piuttosto che alla reale conoscenza dell’arte della Balistreri, finendo per diffonderne una rappresentazione parziale, se non fuorviante. Vediamo perché.

Il film è liberamente tratto dalla biografia scritta qualche anno fa dal nipote, Luca Torregrossa. La sceneggiatura ha l’ambizione di raccontare l’intera vita della Balistreri ma di fatto si sofferma sugli aspetti privati, mettendo al centro della narrazione il rapporto tormentato con la famiglia, i genitori, il marito Iachino e in particolare con la figlia Angela, la madre di Luca. Già la scelta di privilegiare la dimensione personale rispetto a quella artistica appare controversa, quando invece sarebbe stato ben più significativo evidenziare la rilevanza sociale, politica e culturale della storia di una donna che, attingendo al pozzo oscuro della propria durissima esperienza di vita, riuscì a farsi voce ribelle del dolore collettivo di una terra di rapina e di un’umanità oppressa. Questo aspetto fondamentale è presente solo marginalmente nell’economia narrativa e risulta decisamente secondario rispetto alla sfera privata. Del tutto ignorato il suo impegno pluriennale di ricercatrice sul campo di canti popolari per le contrade di mezza Sicilia. In ogni caso appare ingiustificata la scelta di strutturare il film all’americana, scomponendo l’ordine cronologico in continui salti temporali che vorrebbero liberare la narrazione dall’esposizione lineare degli eventi, probabilmente considerata banale e poco à la page, ma che finiscono per rendere l’insieme farraginoso, pretenzioso e poco fruibile. Il continuo andar avanti e indietro nel tempo corrisponde inoltre a stili visivi diversi, nessuno dei quali convincente perché tutti accomunati da quell’approccio patinato e cartolinesco al film storico, in ossequio alla moda del vintage, che caratterizzava già Picciridda, l’inspiegabilmente celebrato esordio di Paolo Licata.

Sul piano strutturale il film si risolve in una collezione sfilacciata e aneddotica degli episodi più traumatici inflitti alla Balistreri dall’universo maschile, peraltro enfatizzati dall’adozione di procedimenti stilistici tipici del cinema spettacolare, quasi a volerne fare un’icona di quel movimento #MeToo che impazza sui social. Da questo punto di vista l’intero progetto sembra volersi servire delle terribili disgrazie sofferte dalla Balistreri per cavalcare l’onda neo-femminista che attraversa la recente produzione cinematografica italiana, culminata lo scorso anno nel successo della Cortellesi. Il problema è che in simili operazioni la tematica della violenza di genere appare affrontata in maniera schematica e semplicistica, essendo assenti la prospettiva storica e la dimensione antropologica, così come la ricostruzione rigorosa del contesto sociale, culturale ed economico. Desta infatti molte perplessità la scelta di rappresentare in termini negativi, se non addirittura caricaturali, tutti gli uomini che circondano la Balistreri (il marito Iachinazzu, rappresentato come uno squilibrato schiumante e bavoso, sembra venir fuori da un horror…) e appare quantomeno tendenziosa l’assenza o i limitati cenni relativi a tutte quelle figure maschili che l’incoraggiarono, la sostennero e la valorizzarono nei momenti più difficili della sua carriera, da Renato Guttuso a Leonardo Sciascia, da Ignazio Buttitta a Otello Profazio, da Giuseppe Ganduscio a Marcello Carapezza, da Dario Fo a Salvo Licata, fino al collega Ciccio Busacca.

A proposito di Busacca, in una scena relativa alla giovinezza figura come momento epifanico lo spettacolo di un cantastorie, nel film chiamato “don Ciccio”, interpretato da un Mario Incudine che ne fa una macchietta. Quest’osservazione ci induce a riflettere sulle ragioni più profonde che rendono il film un’operazione fallimentare: le scelte di casting e quelle musicali.

A mio avviso un film di fiction su una figura unica, non consumabile e non riproducibile come la Balistreri, per evitare il ridicolo, avrebbe dovuto evitare le attrici professioniste e uno stile recitativo fondato sull’immedesimazione. Sarebbe stato molto più accorto fare umilmente un passo indietro, svolgere neorealisticamente un lavoro di ricerca sul campo e individuare tra i volti comuni una potenziale attrice non professionista che prestasse al personaggio la sua “presenza” fisica e morale, secondo la lezione brechtiana. Il regista fa invece la scelta opposta e opta per ben quattro attrici professioniste che si immedesimano nelle diverse stagioni della vita della protagonista con esiti più che discutibili. Rendere la Balistreri come una monellaccia impertinente o come una Janis Joplin dei poveri è rivelatorio di grande superficialità e di scarso rispetto verso la prima quanto verso la seconda.

L’aspetto più deprecabile, a mio avviso, consiste nell’aver espunto da un film sulla Balistreri quegli aspetti che la rendono inimitabile: la sua voce e la sua musica. Il film in realtà è zeppo di musica, interamente composta da Carmen Consoli, che predilige sonorità etno-pop edulcorate, ora dolciastre ora malinconiche, ma sempre illustrative e ridondanti. Strano modo di omaggiare un’artista che ha fatto del rigore e dell’intensità nell’austerità la propria forza espressiva… Come se non bastasse, il suo repertorio viene qui riproposto, con dubbia umiltà, dalle interpretazioni canore delle stesse attrici. Anni fa Eugenio Bennato, centrando in pieno la questione, scrisse che «i due principali nemici della musica popolare sono due malintesi atteggiamenti che potrei individuare come “enfasi “e “fiocchetti colorati” [1]». Ecco, adornare di fiocchetti colorati l’arte di Rosa Balistreri penso sia la maniera peggiore di omaggiarne la memoria. A tale proposito, concludo questi appunti scritti a caldo dopo la visione del film riportando la seguente, condivisibile osservazione di Fortunato Sindoni, grande cantastorie di Barcellona Pozzo di Gotto, che della Balistreri fu collaboratore e amico sincero:

 

La grandezza di Rosa è sia nella voce ma soprattutto nelle capacità e nelle doti umane e l’umanità di Rosa andava al di là del personaggio e basta ascoltare alcune delle sue canzoni per cogliere il pathos, la rabbia, il dolore che vengono fuori dalla sua voce.

Nessuno riuscirà ad eguagliare la voce e le emozioni che le canzoni di Rosa danno a chi le ascolta, perché la forza espressiva nasce dal suo vissuto, dalle sue sofferenze, dal suo passato che Rosa riverbera nel suo canto. Oggi vi sono varie artiste che si definiscono eredi o che cercano di cantare imitando la voce di Rosa, ciò è impossibile perché il vissuto di ogni artista è diverso, diverse sono le emozioni, chi canta le canzoni del repertorio di Rosa può soltanto dargli una sua interpretazione, guai se si permette di cantare come Rosa, avrebbe un insuccesso se paragonata alla voce di Rosa; io ascoltando queste cantanti non riesco a sentire la benché minima emozione, interpretano attraverso la ragione, attraverso la mente le canzoni, ma il risultato è diverso.[2]

 


[1] E. Bennato, Brigante se more. Viaggio nella musica del sud, Coniglio editore, Roma 2010, p. 79.

[2] N. La Perna, Rusidda a licatisa, 2012, p. 111-112.

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