PAOLO CIARCHI

Paolo Ciarchi è scomparso improvvisamente il 16 maggio scorso. Pubblichiamo l'intervento fatto in suo ricordo a Motteggiana (MN) il 3 giugno 2019 alla manifestazione "Il Giorno di Giovanna".

Inoltre alcuni scritti e articoli  e alcuni video realizzati nel corso di questi anni al Festival "Fino al cuore della Ricolta" di Fosdinovo (MS) e concludiamo con alcune immagini dell'ultimo saluto al teatro Franco Parenti di Milano

PAOLO CIARCHI COMPAGNO DI VITA

 

Paolo Ciarchi è stato un compagno di vita per tante persone, pensiamo al suo lungo rapporto con Ivan Della Mea e Claudio Cormio.                                   Meneghino convinto, abitatore dell’antico quartiere Brera – fantasista e chitarrista virtuoso, musicista/rumorista definito anche tuttofonista , un Re Mida del suono, capace di trasformare in strumento musicale qualsiasi oggetto.                                                                                                                    Ciarchi, classe 1942 ha cominciato da giovane e negli anni ‘60 l’incontro con il Nuovo Canzoniere Italiano di Roberto Leydi e Gianni Bosio che riscoprono la canzone popolare. Nel 1966 con Nuova Scena partecipa alla prima messa in scena per la regia di Dario Fo, in collaborazione con Cesare Bermani e Franco Coggiola dell’Istituto Ernesto De Martino, di Ci ragiono e canto.  C’è un divertente aneddoto sulla nascita della canzone Ho visto un re: lui e Dario durante queste pause strimpellavano cose, tenendo acceso il registratore perché non si sa mai. E a un certo punto Fo canta la strofa «ho visto un re», passa Carpo Lanzi del gruppo di Piadena che replica «se l’ha vist cos’è?» e viene subito inglobata nel pezzo. Sempre Paolo ricorda che il canovaccio si basava su un canto dell’Amiata, ripreso da Caterina Bueno, chiamato bei, con le voci maschili che fanno da accompagnamento con il «be» molto basso e la «i» alta. E questo è diventato «a beh, sì beh». Nasce così il brano composto da Ciarchi, musica e Fo, testo, poi ripreso da molti. Ha lavorato anche all'interno di quei locali milanesi, in bilico tra cabaret e avanspettacolo, come il Franco Nebbia Club, assieme a Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto, Bruno Lauzi e molti altri.                                                          Dal ’64 collabora col Nuovo Canzoniere Italiano, diventando uno dei pilastri musicali su cui poggia il canto sociale, politico e la riproposizione del canto popolare in Italia. Prende parte a tutto (qualche volta in compagnia del fratello Alberto, anche lui chitarrista): le repliche di Bella ciao, Pietà l’è morta, Ci ragiono e canto, gli spettacoli collettivi e individuali di Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, Alberto d’Amico, Rudi Assuntino e suona in tutte (o quasi) le produzioni dell’etichetta Dischi del Sole.

 Negli anni Settanta collabora con musicisti quali Paolino Della Porta, Riccardo Luppi, Riccardo Fassi e Attilio Zanchi con i quali partecipa assieme agli Area e Il Volo alla tournée di Re Nudo. Concepisce poi alcuni progetti di sonorizzazioni di sequenze di film muti e non, presentati alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1981.

Collabora con molti teatri milanesi curando le musiche e i suoni di numerosi spettacoli tra cui Andersen (regia di Schirinzi), Il barone di Munchausen (regia di Sbragia), Babar il piccolo elefante, eseguito alla Scala e Medea (regia di Nogara), solo per citarne alcuni. Tra le partecipazioni teatrali sono da ricordare anche Io l'erede di Eduardo De Filippo e Re Lear, per il Franco Parenti di Milano.            In tutta la sua carriera artistica non ha mai inciso un LP o CD tutto suo, ma ha scritto o arrangiato molte canzoni.

Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo o di sentirlo il consiglio è di curiosare tra i tanti video che lo vedono protagonista in rete come Blues e Roses, o  alcuni spezzoni del suo spettacolo capolavoro: Microconferenza di musicologia applicata in cui spazia dalla respirazione del cantante al popolo Yanomami dell’Amazzonia. Per Ciarchi ogni oggetto diventa uno strumento musicale: la gamba in metallo di una sedia viene suonata come una tromba, una canna da pesca a cui è appesa una bandiera della pace, piatti di metallo, mattoni, tubi in plastica, canne, nastro si scotch, padelle, pentole, taniche, lattine vuote ecc.

Ma Paolo Ciarchi è anche un grande affabulatore e la nostra frequentazione con lui è legata alle interinabili cene alle varie edizioni del Festival Fino al cuore della Rivolta di Fosdinovo (Ms) dove Paolo parlava ininterrottamente per ore e, dimentichi degli spettacoli in corso, stavamo ad ascoltarlo affascinati dai suoi racconti che spaziavano nei più diversi ambiti.  E facciamo nostre le parole dell’articolo apparso sul Manifesto per ricordarlo” Paolo ha tenuto la schiena diritta e l’irriverenza di chi è sempre pronto a dire la sua fuori moda, fuori tempo, anche stonando ma con una magnifica coerenza che ce lo fa mancare. Tanto.

 

 

 

 DA SITO DELL'ISTITUTO ERNESTO de MARTINO

https://www.iedm.it/

 

 

 

La notizia arriva come un treno in corsa che ti investe e, subito, la testa si riempie di immagini, suoni, ricordi, facce, corpi. Paolo Ciarchi è morto stanotte, al Policlinico di Milano. L’Istituto Ernesto de Martino perde il suo “piccolo uomo”, uno dei suoi pilastri; il musicista che non ha mai prodotto un long playing tutto suo ma ha suonato e cantato nei dischi di tutti e non solo con i cantori del Nuovo Canzoniere Italiano. Aveva cominciato nella Milano del cabaret, con Jannacci e Dario Fo, con i quali lavorò per anni ne La Comune per poi incontrare, dagli anni ’70, jazzisti e improvvisatori come Paolino Della Porta, Riccardo Luppi, Attilio Zanchi, gli Area; poi musiche e rumori per film e spettacoli; lo ricordiamo anche attore in un film di Davide Ferrario,”Tutta colpa di Giuda”, dove Paolo era lo Zingaro.
Ma non è questa la sede né il momento per ripercorrere la lunga carriera di Paolo. Il Ciarchi è stato un compagno di vita per tante persone della nostra piccola comunità: pensiamo al suo rapporto con Ivan Della Mea e Claudio Cormio ma, davvero, pensiamo a tutti noi, vecchi e giovani, cantanti e musicisti, organizzatori di cultura e compagni incontrati a Milano, Piadena, Fosdinovo, Sesto Fiorentino; pensiamo a lunghe tavolate dove si parla e si mangia lentamente, lui molto lentamente, dove sono nate proposte, intuizioni o semplicemente amicizia e affetto.
Pensiamo a Isabella Cagnardi, sempre insieme e vigile, pensiamo anche a noi, da oggi un po’ più soli, a cominciare dal 14 giugno, quando sarebbe stato a Sesto Fiorentino, per tre giorni, a ricordare Ivan.
L’abbraccio più grande va a Isabella e poi al figlio Giordano e a tutta la sua famiglia.
Il funerale si svolgerà sabato 18 Maggio, a partire dalle ore 10, presso il Teatro Franco Parenti, in via Pier Lombardo 14 a Milano. A nome di tutti i compagni del de Martino, ma proprio tutti.

 

 DA IL MANIFESTO del 17 maggio 2019

 

Paolo Ciarchi e quella Milano sorprendente degli anni ’60

 

Non solo musica. Scomparso a 76 anni il musicista che collaborò con Fo e Jannacci. Aveva cominciato da giovane, lui milanese del 1942, accompagnando nei diversi locali i cabarettisti negli anni Sessanta. Poi l’incontro con il Nuovo Canzoniere italiano di Roberto Leydi e Gianni Bosio che riscoprono la canzone popolare.

 

Antonello Catacchio

 

 

Raccontava Paolo Ciarchi che in sanscrito il termine cantante significa «colui che sa respirare». Ora Paolo non respira più, quindi non canta più. Purtroppo. Ma a noi sono rimaste infinite testimonianze del suo inafferrabile talento di cantante, ma anche di musicista, di rumorista, di performer e soprattutto di uomo attento agli altri. Aveva cominciato da giovane, lui milanese del 1942, accompagnando nei diversi locali i cabarettisti negli anni ‘60. Poi l’incontro con il Nuovo Canzoniere italiano di Roberto Leydi e Gianni Bosio che riscoprono la canzone popolare. E nel 1966 con Nuova scena partecipa alla prima messa in scena per la regia di Dario Fo di «Ci ragiono e canto», in collaborazione con l’Istituto Ernesto De Martino di Cesare Bermani e Franco Coggiola. E in una pausa delle prove nasce un brano divenuto poi famoso: «Ho visto un re».

 

RACCONTA PAOLO che lui e Dario durante queste pause strimpellavano cose, tenendo acceso il registratore perché non si sa mai. E a un certo punto Fo canta la strofa «ho visto un re», passa Carpo Lanzi del quartetto di Piadena che replica «se l’ha vist cos’è?» e viene subito inglobata nel pezzo. Sempre Paolo ricorda che il canovaccio si basava su un canto dell’Amiata, ripreso da Caterina Bueno, chiamato «bei», con le voci maschili che fanno da accompagnamento con il «be» molto basso e la «i» alta. E questo è diventato «a beh, sì beh». Nasce così il brano composto da Ciarchi, musica e Fo, testo, poi ripreso da molti, compreso Jannacci che secondo Paolo non sapeva neppure come fosse nata quella canzone.

 

In quello spettacolo, tra gli altri, ci sono anche Giovanna Marini e Ivan Della Mea. Con Ivan scrivono il brano «Piccolo Uomo» che poi esce come 45 giri di Paolo Ciarchi che porta sull’altro lato una delle più belle canzoni d’amore e d’impegno mai scritte: «Una cosa già detta» di Fausto Amodei. Una curiosità, «Piccolo uomo» viene eseguita da Paolo, accanto a Carla Gravina, anche in «Cuore di mamma» di Salvatore Samperi del 1969.

 

QUELLO È IL MONDO in cui si è formato Paolo Ciarchi e al quale è sempre rimasto fedele nel corso degli anni. Eccolo per esempio che racconta di come si volessero realizzare canzoni che non fossero tristi, perché il canto popolare era permeato da disgrazie, quindi ricorda Paolo Pietrangeli che scrive «Karlmarxstrasse», ossia «se per esempio corso Umberto si chiamasse Karlmarxstrasse/o una strada che più grande non ce n’è Leninallee», cantata felicemente a squarciagola. Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo o di sentirlo il consiglio è di curiosare tra i tanti video che lo vedono protagonista. Non solo quello in cui racconta l’origine di «Ho visto un re», ma anche la Microconferenza di musicologia applicata in cui spazia dalla respirazione del cantante agli Yanomami dell’Amazzonia o ancora quando canta brani di Della Mea come «Io so che un giorno».

 

MA C’È UN ALTRO FILMATO, realizzato da Luca Musella e Michele Sordillo che vale la pena vedere. Il titolo è «Blues e Roses» e Paolo spiega appunto che il blues, la tristezza, va bene, però bisogna anche pensare al roses, all’aspetto più solare della vita. E in tutto questo si vede Paolo in diverse situazioni, prevalentemente su scenari milanesi, talvolta con Isabella. L’aspetto è buffo perché non si capisce se lui sia un idraulico, un muratore, un minatore, uno stagnino perché gli strumenti che porta con sé sono davvero fuori norma, fuori da ogni canone musicale, non solo classico.

 

Eppure da quei tubi, da quei ferri picchiettati ovunque, Paolo riesce a fare musica a restituire piacere a chi lo sta ascoltando, a dare frammenti di storia della canzone popolare, ma anche di lavori che forse non esistono più (chi sa oggi cosa sono gli scariolanti?). Ecco Paolo prima che cantante, musicista, compositore, intrattenitore, educatore è stato un comunicatore, possedeva la capacità di affabulare, sempre nuovo, sempre originale, mai banale, da vero testimone di quel manipolo di milanesi che negli anni ’60 hanno cambiato completamente approccio. Molti hanno avuto successi travolgenti, alcuni ne hanno un po’ approfittato, Paolo ha tenuto la schiena diritta e l’irriverenza di chi è sempre pronto a dire la sua fuori moda, fuori tempo, anche stonando ma con una magnifica coerenza che ce lo fa mancare. Tanto.

 

 

 

Paolo con la moglie Isabella Cagnardi

 

A Rivista Anarchica anno 40 n° 356 ottobre 2010

Dalla rubrica “ E compagnia cantante”

"Il suono del mondo

Storia di Paolo Ciarchi, tuttofonista"

Un articolo di Alessio Lega dell'ottobre 2010

 

 

Quell’uomo sul palco sembra la vita. Un uomo che non è mai solitario, circondato di oggetti che prendono anima.

Oggetti nati per altri scopi, ma che prendono voce attraverso la musica, che diventano suono, parola e racconto.

Io ora racconto la storia di quest’uomo, tenete però conto che mentre tento di fissarlo a dei punti, alla marea di cose fatte in campo teatrale, musicale, culturale, politico, lui sarà già un po’ più in là, altrove.

Paolo Ciarchi – meneghino convinto, abitatore dell’antico quartiere Brera – comincia come fantasista e chitarrista virtuoso: tecnica jazz, calore blues, passione popolare, fantasia dadaista, allegria iconoclasta, rigore libertario. Come chitarrista (e fantasista) si fa conoscere assai presto, neanche ventenne esordisce nel ’60, all’epoca più mitica del cabaret milanese (Franco Nebbia Club e Club ’64), condividendo con Cochi e Renato, Bruno Lauzi, Felice Andreasi, ecc. la creatività scatenata di quelle notti, prima che la televisione tritasse tale creatività e la consumasse fino all’ultimo granello di polvere, nella polvere. Quando la polvere rese roche le risate, Paolo era già altrove.

Suona la chitarra nel primo recital di Jannacci (diretto da Fo) e negli spettacoli di Milly, artista oggi un po’ dimenticata, interprete di respiro europeo. Sono gli anni in cui sta prendendo il volo la canzone d’autore italiana, in cui le canzoni cominciano ad approdare nei salotti bene, nei teatri, prendendosi – a volte un po’ pomposamente – per poesie. Ma Paolo è già altrove.

Dal ’64 collabora col Nuovo Canzoniere Italiano, diventando uno dei pilastri musicali su cui poggia il canto sociale, politico e la riproposizione del canto popolare in Italia. Prende parte a tutto (qualche volta in compagnia del fratello Alberto, anche lui chitarrista): gli spettacoli Bella ciao, Pietà l’è morta, Ci ragiono e canto, gli spettacoli collettivi e individuali di Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, Alberto d’Amico, Rudi Assuntino e suona in tutte (o quasi) le produzioni dell’etichetta Dischi del Sole. Di qualcuno di questi dischi disegna persino le copertine, perché – dimenticavo di dirlo – Paolo è anche grafico e pittore con quarti di nobiltà nel DNA: suo nonno è Luigi Conconi, nome importante della scapigliatura milanese. Paolo, quando non imbracciava la chitarra, studiava a Brera o al Politecnico (dove conosce Demetrio Stratos e con lui s’appassiona alle tecniche vocali dei pastori mediorientali) e disegnava copertine per Mondadori. Ma si stufa presto dei grandi nomi dell’architettura milanese e dei galleristi che decidono vita morte e miracoli dell’arte e va altrove.

 

Con Dario Fo

Intanto è arrivato il ’68. È arrivato anche perché tante delle provocazioni libertarie, portate da Paolo e dai suoi amici negli ambienti culturali, sono scese in strada come un contagio sociale e hanno rinnovato la pratica politica. Paolo Ciarchi fonda con Dario Fo il Collettivo teatrale Nuova Scena (poi trasformatosi ne La comune), partecipando e scrivendo le musiche di tutti gli spettacoli. (Lo diciamo così en passant queste musiche non sono mai state depositate in SIAE. Chi ha orecchie per intendere e chi ha cuore per capire sappia che non tutto si fa per i soldi!). Sono anni intensissimi, centinaia di rappresentazioni, canzoni sull’attualità: Saverio Saltarelli colpito da un candelotto fumogeno si accascia in via Larga a Milano. La sera stessa Fo e Ciarchi raccontano la sua storia in musica. Vi è un tentativo di occupazione dei senzatetto di un caseggiato in via Tibaldi (sempre Milano) che si conclude in tragedia. Il silenzio farebbe comodo al potere, ma Fo e Ciarchi fanno controinformazione con la chitarra. Sono canzoni di rivolta, canzoni rabbiose (quella sulla GAP di Giovanni Pesce oggi potrebbe passare per un inno estremista), non sono canzoni cupe. Sono canzoni vitali, tenute sul filo di una feroce ironia.

Poi il movimento si sfalda, gli anni diventano fangosi, tutti cominciano a ridere per nascondere una realtà cattiva. La rivoluzione forse non si può fare con la fantasia e le canzoni, ma certamente nemmeno con i killer sotto casa. Non è più il movimento in cui si può riconoscere un angelo come il Ciarchi, che infatti va altrove.

Nella seconda metà degli anni ’70 col Collettivo di musica improvvisata partecipa alla tourné teatrale di Re Nudo assieme agli Area. Ha trovato nuovi e straordinari complici musicali: Paolino dalla Porta, Riccardo Luppi, Federico Sanesi – oggi fra i migliori musicisti in attività – che gli consentono di affrancarsi dalla chitarra e cominciare un’inesausta ricerca sui suoni degli oggetti.

Tale ricerca trova la sua massima definizione nello spettacolo capolavoro di Paolo: la Microconferenza di musicologia applicata.

 

[scheda tecnica dello spettacolo]

– una lavatrice vecchio tipo funzionante il più rumorosa possibile

– cinquanta (50) mattoni (pieni, non forati)

– tre (o più, ma non meno di tre) taniche metalliche da olio vuote (100 cm per 50 diametro)

– un paio di pinne (per nuotare)

(per una persone con 40 di piede)

– una vasca o bacinella ovale

– un secchio in metallo o plastica

– una calcolatrice (vecchio tipo, funzionante, elettrica

non elettronica, più rumorosa possibile)

– due fornelli elettrici (2 kw) (20 cm diametro)

– due pentole a pressione (con valvola per lo sfogo

di tipo fischiante)

– molte pentole metalliche, padelle, lattine di birra vuote,

scatole di metallo di varie dimensioni)

– molti tubi metallici di differenti materiali

(plastica, ferro, cartone alluminio, ecc) lunghi da un metro a cinque metri di vari diametri da due a cinque centimetri

– da cinque a dieci barili di birra vuoti (tipo: “bier von fass”)

– un lastra di plastica trasparente 4 m per 4 m

– una tanica d’acqua da campeggio con rubinetto

[e infine… ultima cosa, proprio per non lasciarsi del tutto alle spalle il passato]

– una chitarra acustica (non elettrica) (tipo folk con corde di metallo)

 

Un uomo sul palco, solo e mai solitario, circondato di oggetti che prendono anima, in un delirio di saggezza e passione. Il piccolo uomo sul palco ha una complessione da fantino, cavalca gli oggetti che sono l’unica scenografia, l’unica macchina teatrale, l’unico fondale. C’è appena un fascio di luce e, per ogni dove, indistinguibili mucchi, una sorta di discarica. Lo spettacolo cui si assiste, di lì in avanti, è l’elegia per ciò che mani senza poesia butterebbero in spazzatura e che le mani di Paolo Ciarchi trasformano in musica.

Il piccolo uomo si fa avanti battendo a terra due pali della pioggia e salmodiando una sorta di nenia, un canto di lavoro che risale alle ricerche sui battipali veneziani. Il piccolo uomo arriva al centro della scena e affabula, va alla deriva, altrove, passeggia sulle parole e sui concetti: il suo parlare è già musica, ipnosi. La magia comincia dalla parola e dalla risata, in questo spettacolo si ride molto, chi ha mai detto che lo sciamano debba essere triste? Paolo Ciarchi è uno sciamano allegro che ha un talento ben più grande di quello del Re Mida: il poveretto trasformava ogni cosa in oro, Paolo Ciarchi trasforma ogni cosa in suono. Suona il mondo, rende dignità ai rottami inservibili, una padella sfondata nelle sue mani è meglio di uno Stradivari. Lo vedi suonare e capisci che sono le cose dimenticate, quelle destinate alla spazzatura, ad essere quelle che comporranno la musica di domani. Questa è musica per le mie orecchie. Questa è musica rivoluzionaria.

Il gioco non è il giocattolo e la musica non è lo strumento.

Non avendo i soldi per comprare bellissime chitarre, sassofoni dorati e trombe da miliardari mi son dovuto guardare attorno.

Queste sono le sue massime, le parole guida. Poi voce, fiato, dita, piedi, corpo, carezza, percussione rendono a ogni povero utensile, manufatto, oggetto inanimato, pianta, sedia, barattolo, rocchetto di nastro adesivo, canna, tubo, un’anima musicale. Quest’anima è come un prisma attraverso cui si vede la musica. Qui e non altrove. Si vede, perché il Ciarchi fa musica per gli occhi oltre che per le orecchie (non dimentichiamo che è anche un attore e un pittore). Ballerino scatenato, il suo corpo intero è la mano di un pianista gettata sulla grande tastiera del palco.

Altrove, quando accompagna i cantanti con i medesimi non-strumenti, sul disco o sulla scena, riesce a rendere perfettamente permeabile il suo linguaggio. Guastatore e architetto, Paolo Ciarchi è orchestra e direttore assieme. Dissonanti, demistificanti i suoi arrangiamenti si sovrappongono alla granitica fragilità della voce & chitarra del cantautore, asciugando ogni sbavatura retorica, ogni comodo e inessenziale giro dei soliti accordi, per ristabilire, con la musica perentoria degli oggetti d’ogni giorno, il trionfo della vita sull’arte, della verità sulla falsificazione, del senso sulla forma. Chi abbia mai assistito a un concerto di Paolo Pietrangeli, di Ivan della Mea, o più recentemente di Andrea Labanca, non può dimenticarselo.

Apparentemente esplosive e sconcertanti le esuberanze sonore del Ciarchi eseguono una partitura non scritta, improvvisata, ma tutt’altro che incoerente. Le parole del cantante che ha la ventura di essere accompagnato da lui, sono trasportate dalla grazia di quest’invasato che sa cosa sta facendo – caratteristica che appartiene a pochi musicisti – ma che soprattutto sa perché lo sta facendo – caratteristica che appartiene quasi solo a lui.

Cabaret, dischi, concerti… manca qualcosa? Ah, già: dagli anni ’80, per merito di Isabella Cagnardi, sua compagna di vita e avventure e valente cineasta, e di Claudio Cormio (montatore e cantante), Paolo Ciarchi affianca la collaborazione con la cinematografia indipendente a quella col teatro. È collaboratore fisso del Pier Lombardo e firma le musiche degli spettacoli di Andrée Ruth Shammah e del compianto Franco Parenti.

Rovistando negli archivi abbiamo trovato questo bel ritratto preso dal vivo, nella recensione che Tommaso Chiaretti scrisse per Repubblica, sul Barone di Munchausen portato in scena da Giancarlo Sbragia nell’84.

Il motivo di sorpresa accattivante dello spettacolo è un altro. È l’attore (lo debbo dire attore? o Arlecchino, o guitto, o maschera partenopea? O tuttofonista, come dice il programma?) Paolo Ciarchi. Il quale nella quasi dolorante e sofferente figura bastonata, compie il prodigio di essere un valletto perfidamente dedito a rendere in evocazioni e immagini consumabili il racconto del barone. Anche lui è sempre in scena o in controscena, a commentare sonoramente, ad agire: a suonare curiosi strumenti fantastici che tutti si rifanno alla sega metallica che il girovago suona in strada come un violino, o al tubo di plastica che ruota, a una divertente idea di acque ribollenti. (…) Corre qua e là il Ciarchi a costruire e suonare strumenti musicali astratti, corre come un devoto servitore incapace di non strafare, corre a gonfia camere d’aria, a sdraiarsi nelle casse del prestigiatore che sega l’uomo in due, corre a fingere il mare nella tinozza. (…) Ciarchi si assume, con garbo e con voluttà, la parte del “delirio”: che è un delirio fatto di cose tutte usuali e riconoscibili, tutte cose del nostro vivere d’ogni giorno, che non possono e non debbono assumere un valore surreale, ma semmai iperreale.

 

E con tutto questo vi chiederete perché a un tale monumento nazionale non sono dedicate monografie, esposizioni e prime pagine?

In realtà ha avuto il Ciarchi anche un periodo televisivo, fortunatamente breve (dico fortunatamente per me, che sono un noioso assolutista! Non per il grande pubblico che non ha potuto goderne di più).

Poi lo hanno mandato altrove: troppo ingovernabile, troppo libero, troppo politico…

E così la passione – impegni permettendo – lo porta tutt’oggi a partecipare a ogni movimento culturale e politico, a ogni nuova occupazione di spazio che viene aperto e liberato alla fantasia, ad ogni agire dell’intelligenza in questo disgraziato paese, in questa livida città di Milano. Trascinato un po’ da noi, allievi di tale maestro d’arte e di vita, e un po’ da Isabella, cineasta e moglie, anima concreta di pasionaria, straordinario archivio vivente del movimento milanese, presente nelle manifestazioni, negli spazi sociali, nei cortei da lei filmati.

Meno male che il Ciarchi non l’ha rapito la televisione o non ce lo hanno preso gli americani, perché se no lo avrebbero già messo in un museo, per la sua storia, per la sua genialità, per la sua unicità. È invece Ciarchi in un museo non ci può stare, lui sta sempre altrove, un po’ più avanti. Attaccati al muro per la paura di cadere ci stiamo noi che lo guardiamo, trattenendo il riso e il pianto, come tanti quadri della Gioconda, mentre lui corre, di sala in sala, a farci i baffi.

 

Download
PAOLO CIARCHI 2 FOSDINOVO 2013.avi
File video 52.7 MB
Download
PAOLO CIARCHI FOSDINOVO 2013.avi
File video 55.3 MB

IL DOPO FESTIVAL

Download
PAOLO CIARCHI NEL DOPO FESTIVAL A FOSDIN
File video 61.5 MB
Download
DOPO FESTIVAL 2014.avi
File video 29.1 MB
Download
DOPO FESTIVAL.avi
File video 57.5 MB

L'ULTIMO SALUTO

IL CD